Ghiacci polari che si
sciolgono, neve su Marte, esagoni su Saturno e triplici macchie su
Giove. Il 2012 si avvicina ma per la scienza è tutto normalissimo, anzi
inspiegabile.
Di Pablo Ayo per www.disinformazione.it -
2 ottobre 2008
Ci sono stati molti momenti salienti nella storia
dell’umanità: il 1945 verrà ricordato per le esplosioni atomiche di
Nagasaki e Hiroshima, il 1963 per l’omicidio di Kennedy, il 1969 per
la conquista della Luna (forse) e il festival di Woodstock. Il 1979 per
il trattato SALT II di non proliferazione nucleare, il 1983 per
l’attentato a Woityla.
E il 2008? Lungi dall’essere annoverato come l’anno della ripresa
economica dell’Italia, ancora alle prese con problemi vecchi e
privilegi del tutto nuovi della casta dirigente, ormai ingiudicabili
persino dalla legge, quest’anno verrà ricordato per l’estate in cui
il Polo Nord si sciolse.
Per carità, i Poli perdono ghiaccio ogni estate, in percentuale, e i più
sereni d’animo si affretteranno a dire che noi “catastrofisti”
siamo sempre pronti a gridare al lupo per ogni bazzecola. Eppure, tutte
le principali testate scientifiche si sono ritrovate, loro malgrado, a
dover diffondere una notizia tanto inattesa quanto imbarazzante: la
scorsa estate, mentre noi cercavamo refrigerio tra gli ombrelloni della
riviera o in un sorso di granatina alla menta, per la prima volta nella
storia documentata il Polo Nord si è ritrovato completamente libero dai
ghiacci, che loro malgrado si sono ritirati dai cocenti e onnipresenti
raggi solari sulle lontane coste del Canada.
Quest’estate i giornali titolavano così:
“L'Artico può essere circumnavigato, è la prima volta in 125mila
anni”
L’articolo spiegava che per la prima volta a memoria d'uomo sarà
possibile circumnavigare l'intero Polo Nord. «Foto satellitari scattate due giorni fa mostrano che lo scioglimento
dei ghiacci verificatosi la settimana scorsa ha finalmente aperto
contemporaneamente sia il favoleggiato Passaggio a Nord-Ovest che il
passaggio a Nord-Est. A dimostrarlo sono immagini scattate da satelliti
NASA. Il Passaggio Nord Ovest, nel territorio canadese, si è aperto
nello scorso fine settimana, mentre l'ultima lingua di ghiaccio che
ostruiva il Mare di Laptev, in Siberia, si è disciolta qualche giorno
dopo.»
Un evento clamoroso che, se da un lato corona il sogno
secolare di generazioni di esploratori, navigatori e viaggiatori,
dall'altro rappresenta un preoccupante segnale dell'accelerarsi del
processo del riscaldamento globale. Negli scorsi decenni, in varie
occasioni si è verificata la situazione dell'apertura dell'uno o
dell'altro passaggio ma mai era accaduto che entrambe le due misteriose
porte dell'artico si dischiudessero simultaneamente. Questo è solo
l'ultimo segnale della crisi dell'intero ecosistema artico. Solo poco
tempo fa, il National snow and ice data center (NSIDC) statunitense
aveva informato che quest’anno l'estensione globale del ghiaccio
artico è prossima a battere il record negativo, dello scorso anno, di
4,14 milioni di chilometri quadrati: un valore inferiore di oltre un
milione di metri cubi al record precedente, fissato nell'estate
2005. In
due anni, i ghiacci del Polo Nord si sono ritirati per un'estensione
grande quattro volte l'Italia.
L’estate del 2008, i turisti sono stati fatti evacuare
dal Parco Nazionale Auyuittung, nell'Isola di Baffin, la grande isola
del Nunavut canadese situata a occidente della Groenlandia, a causa
dello scioglimento dei ghiacci: "Auyuittung", in lingua inuit,
significa "terra che non scioglie mai"... E sempre estiva è la
notizia che nove orsi polari, rimasti senza habitat, sono stati visti
nuotare in mare aperto, dopo un immenso crollo nel ghiacciaio Petermann,
in Groenlandia, in un'area che si riteneva ancora immune dagli effetti
del global warming.
Ma è la simultanea apertura del Passaggio Nord Ovest, intorno al
Canada, e del Passaggio Nord Est, intorno alla Russia, a costituire un
vero e proprio choc. Non accadeva, secondo i climatologi, da almeno
125mila anni. Dall'inizio dell'ultima era glaciale erano rimasti
entrambi bloccati: nel 2005 si era aperto solo il Passaggio Nord Est,
l'estate seguente era accaduto il contrario.
«I passaggi sono
aperti, è un evento storico, ma con il quale dovremmo abituarci a
convivere nei prossimi anni», ha confermato il professor Mark Serreze, uno
specialista di mari ghiacciati del NSIDC, sottolineando però che le
autorità marine dei Paesi interessati potrebbero essere riluttanti ad
ammetterlo, per evitare di essere citate a giudizio dalle compagnie di
navigazione, le cui imbarcazioni dovessero incontrare ghiaccio e subire
danni.
Gli armatori però sono tutt'altro che disinteressati. Il
“Beluga Group” di Brema, ad esempio, ha già fatto sapere che manderà
navi dalla Germania al Giappone via Passaggio Nord Est, con un taglio
netto di
4000 miglia
nautiche, quasi
7.500 km
, rispetto alla rotta tradizionale. E il premier canadese Stephen Harper
ha già fatto sapere che chiunque volesse attraversare il Passaggio Nord
Ovest dovrebbe fare riferimento ad Ottawa: un punto di vista, questo,
che non piace agli USA, che considerano quella parte di Artico acque
internazionali.
I climatologi però rimarcano che simili dispute potrebbero essere
irrilevanti, se il ghiaccio continuasse a sciogliersi al ritmo attuale.
In tal caso, infatti, sarebbe possibile navigare direttamente attraverso
il Polo Nord, completamente liberato dai ghiacci. Evento questo, che
fino a poco tempo fa si riteneva possibile che dal 2070. Ora, però,
molti studiosi indicano il 2030 come l'anno entro il quale l'Oceano
Artico sarà completamente fluido in estate, mentre uno studio del
professor Wieslaw Maslowski, della Naval Postgraduate School di
Monterey, California, arriva a concludere che già dal 2013 il mare sarà
completamente aperto da metà luglio a metà settembre. Il "punto
di rottura", l'evento che ha ulteriormente accelerato il processo
di scioglimento, è costituito dalla perdita-record di massa ghiacciata,
dello scorso anno: le masse solide sono scese a un livello che non si
attendeva fino al 2050, mandando all'aria tutti i calcoli prodotti fino
a quel momento.
Pianeti in tempesta
Naturalmente queste notizie sono preoccupanti, specie per chi ha
letto diverse antiche profezie su di un possibile cataclisma situato
cronologicamente attorno al 2012, o per tutte quelle numerose persone
che da tempo hanno dei sogni ricorrenti su di un’onda titanica che
sommerge persone e città. Ma a chi afferma, come l’ex-quasi
Presidente USA Al Gore, che i cambiamenti climatici sono unicamente
colpa del nostro inquinamento, andrebbe spiegato che il fenomeno dei
cambiamenti di clima non appartiene solo alla Terra, ma appare - con un
bizzarro crescendo rossiniano - in tutti i pianeti del nostro Sistema
Solare.
È di poco fa la notizia, alquanto sconcertante, della neve
su Marte. Fino a ieri gli scienziati della NASA o gli esperti di
astronomia di tutto il mondo, alla domanda se su Marte fosse possibile
una bella nevicata, vi avrebbero risposto di no, accompagnando la loro
affermazione scientificamente sicura al 100% con una smorfia di
compatimento e l’atteggiamento superiore di chi spiega al nipotino un
po’ lento nell’apprendere le cose fondamentali della vita. Pochi
giorni fa, lo shock. Nevica su Marte, evento ripreso sia dalle sonde
orbitali che da quelle sul suolo marziano, come
la Phoenix. L
’evento è circoscritto a poche zone, e la neve si è sciolta prima di
toccare terra, ma l’evento, stimato come “assolutamente
impossibile” dagli astronomi, ha lasciato tutti di stucco.
«Non si è mai visto
niente del genere su Marte prima d'ora - ha dichiarato Jim Whiteway, docente di ingegneria
spaziale dell'università di York, a Toronto (Canada) - ora siamo alla ricerca di possibili segni lasciati in passato dalla neve
sul terreno». Il primo passo è stato cercare le tracce di antiche
nevicate marziane nei campioni di terreno analizzati dal laboratorio
Tega (Thermal and Evolved Gaz Analyzer) a bordo di Phoenix: i dati,
rileva
la Nasa
, mostrano la presenza di carbonato di calcio e particelle simili a
terra argillosa. «Sulla Terra la maggior parte dei carbonati e dell'argilla si sono
formati solo in presenza di acqua liquida. Questo - secondo
l'esperto - potrebbe confortare
l'ipotesi di precipitazioni anche sul suolo di Marte».
Insomma gli scienziati “ufficiali” e accademici sono
sempre pronti a smentire le ricerche di frontiera di chi cerca di
trovare spiegazioni innovative e alternative a quelle ufficiali, salvo
poi rimanere letteralmente senza parole e senza spiegazioni di fronte
all’imprevisto. Persino sul sito della NASA, al riguardo, oltre una
stringata spiegazione degli eventi, appare solo un laconico «Le
analisi sono ancora in corso».
Tre cicloni su Giove
Intanto, adesso sono tre le Macchie Rosse di Giove. Quanti si sono
interessati al gigantesco pianeta Giove, avranno certo sentito parlare
della Macchia Rossa, un immenso vortice che viene osservato fin dal 1665
(la scoperta è attribuita al nostro Cassini, fors'anche preceduto
l'anno prima dall'inglese Hooke) nell'atmosfera di questo mondo e che si
presenta con apparenze cangianti, a seconda del livello che raggiunge
tra i fitti strati nuvolosi che avviluppano la mostruosa palla
planetaria di idrogeno e di elio che è Giove. La macchia può
presentarsi più o meno nettamente delineata, talvolta si decolora e
quasi sparisce, altre volte appare di un rosa-arancione più o meno
carico. In dimensioni supera di tre volte il diametro della Terra, in
cifre sono circa 40 mila chilometri. Sul perché si sia formata e
continui a cambiare apparenze non è facile rispondere :
la Macchia
probabilmente è il frutto del continuo sfioramento fra le grandi bande
che solcano il pianeta, al confine fra quella sudequatoriale e la
"zona" più chiara che la affianca: da questo deriverebbe pure
il suo moto di rotazione, che non è uniforme e si accompagna a una
certa "deriva" della Macchia in longitudine, in un'atmosfera
che è tutta in movimento.
La macchia è alimentate sia dal calore che Giove riceve dal Sole che da
quanto ne risale dal suo stesso interno, in cui predominano largamente
composti di idrogeno e di elio, i due gas più leggeri.
In ogni caso, nel 2006 il telescopio spaziale "Hubble"
individuò una seconda formazione lenticolare non lontano dalla Macchia
Rossa e di dimensioni sensibilmente minori, che ricevette il nome di Red
Spot Jr. Ma recenti osservazioni ne hanno messo in evidenza pure una
terza, segnalata da Andrei Cheng dell'università John Hopkins: come è
possibile che nell'arco di pochi anni siano apparsi questi oggetti la
cui formazione chiama in gioco notevoli energie? E come si verifica
tutto ciò? Il clima di Giove sta cambiando, forse è tutta l'atmosfera
del pianeta che si scalda, come avviene oggi sulla Terra, dove si
registra un notevole aumento di intensità e di numero degli uragani. C'è
un perché di queste variazioni climatiche del gigantesco Giove? Forse
le nuove macchie ci aiuteranno a capirlo, e non si esclude che possano
fondersi, dando luogo a una macchia grandissima, come quelle talvolta
apparse e osservate a lungo su Saturno, altro pianeta su cui si
scatenano tali uragani. Quanto alle colorazioni rossastre, vengono
attribuite a vapori di zolfo.
I vortici polari
di Venere
Ma le anomali climatiche non riguardano solamente Marte: già nel
Novembre del 2006 la navicella europea «Venus Express» svelò dei
giganteschi vortici atmosferici che si avvitavano intorno ai poli del
pianeta Venere. Secondo alcuni ricercatori, i fenomeni sono interessanti
in sé, ma diventano ancora più interessanti se messi a confronto con
fenomeni analoghi che avvengono sulla Terra. La «planetologia comparata»
è una delle tante nuove discipline scientifiche che l’esplorazione
dello spazio ha reso possibile.
L’atmosfera di Venere compie un giro intero del pianeta nell’arco di
quattro giorni. La sonda della Nasa Pioneer Venus 25 anni fa scoprì il
vortice polare Nord. Le immagini erano a risoluzione molto bassa, ma nel
2006 Venus Express ci mostrò particolari minutissimi. La cosa singolare
è che questo ciclone Nord aveva due «occhi»: due tornadi in uno.
Quando la sonda europea nell’aprile 2006 è arrivata in vista di
Venere, subito gli scienziati dell’Esa sono andati a vedere se il polo
Sud di Venere avesse un ciclone simile: e in effetti ce l’ha. Questi
vortici polari, presenti anche su Giove, Saturno, Urano e Nettuno, sia
pure con diversa intensità, sono la chiave per capire come funzionano
le atmosfere di questi pianeti. Ogni vortice risente, naturalmente,
della Forza di Coriolis, una componente trasversale dovuta alla
rotazione del pianeta. E poiché la velocità di rotazione varia molto
da pianeta a pianeta (per esempio Giove ruota molto rapidamente e Venere
molto lentamente),
la Forza
di Coriolis contribuisce al diverso aspetto dei vortici polari.
«Siamo però ancora
lontani -
dice Pierre Drossart, astronomo dell’Osservatorio di Parigi - dall’aver compreso la genesi dei vortici polari di Venere: qui
la Forza
di Coriolis è debolissima, e certamente ciò ha a che vedere con i due
lobi in cui si suddivide il ciclone, formando i suoi due “occhi”. Il
meccanismo preciso tuttavia ci sfugge».
Agli scienziati il meccanismo di questi cicloni
“sfugge”. Si tratta di una meccanica del sistema solare che Maya e
antichi Sumeri avevano compreso benissimo, ma quando qualche ricercatore
indipendente prova a farlo notare agli accademici, questi sostengono che
è impossibile per dei selvaggi aver trovato soluzioni che a loro
sfuggono. Un ottimo esempio in questo senso sono i Dogon. I
Dogon sono una popolazione che vive vicino Mandiagara,
300 Km
a sud di Timbuctu, nel Mali. Due antropologi, Marcel Griaule e Germaine
Dieterlen, li hanno studiati dal 1931 al 1952, e hanno descritto una
cerimonia associata con la stella Sirio, che si tiene ogni 60 anni.
Griaule e Dieterlen sostengono che i Dogon hanno diverse conoscenze sul
sistema di Sirio che non è possibile ottenere se non con mezzi
"moderni". In particolare conoscono l'esistenza di una stella
compagna (Sirio B, indicata dalla freccia accanto alla luminosissima
Sirio A), che ruota attorno a Sirio con un periodo di 50 anni, e che è
composta di materia incredibilmente pesante. Sirio B è visible solo con
un telescopio di discrete dimensioni, e la sua massa è stata
determinata con tutto l'armamentario teorico dell'astronomia dell'inizio
del secolo. Griaule e Dieterlen non fanno nessuna ipotesi su come i
Dogon siano venuti a conoscere questi fatti. La storia ha avuto però un
"boom" con un libro di Robert Temple, in cui questi ha
ipotizzato che i Dogon conoscessero questi fatti da almeno 500 anni, e
che li avessero appresi da esseri anfibi provenienti da Sirio. Altri
"studiosi" ipotizzano che le conoscenze derivassero dagli
egizi, e che questi ultimi avessero telescopi in grado di vedere Sirio
B. Ad ogni modo, selvaggi 1, scienziati 0.
L’esagono di Saturno
Sempre nel novembre 2006 è la notizia di insoliti tornadi su
Saturno. Nei giornali dell’epoca si stigmatizzava come le immagini
della sonda NASA-ESA Cassini avessero permesso di individuare una
gigantesca tempesta, grande due terzi del diametro terrestre, e che
occupa
8000 km
del Polo Sud di Saturno. La tempesta rappresentava una assoluta novità
osservativa su pianeti che non siano
la Terra
; aveva caratteristiche molto simili a quelle di un uragano anche se,
come disse il dott. Andrew Ingersoll, membro della squadra Cassini, «Assomiglia ad un uragano,
ma non si comporta come un uragano - Qualunque cosa sia, stiamo cercando
di mettere a fuoco l'occhio di questa tempesta per scoprire perchè è là».
Anche in questo caso, gli scienziati non sanno cosa pensare, né
hanno idea dell’origine del bizzarro comportamento climatico dei
pianeti.
Passa un anno e nel Marzo del 2007, sempre la sonda Cassini
mostra le incredibili immagini di un nuovo uragano su Saturno, talmente
grande da includere tutto il proprio polo nord. Ma la cosa incredibile
è che questa volta la formazione ciclonica è di forma esagonale!
«È una cosa
molto strana, il ciclone ha una forma geometrica assolutamente
precisa presentando 6 lati praticamente di proporzioni perfettamente
identiche», affermò allora Kevin Baines, esperto atmosferico e membro del team
che curava lo spettrometro ad infrarossi della sonda Cassini al Jet
Propulsion Laboratory della NASA, a Pasadena. «Non
abbiamo mai visto niente del genere su nessun altro pianeta. Anzi, la
densa atmosfera di Saturno è dominata da onde che plasmano le nubi in
modo circolare e celle convettive che fanno lo stesso lavoro, per cui è
forse il pianeta del sistema solare in cui meno ti potresti aspettare
l’apparizione di una formazione ciclonica in forma di una precisa
figura geometrica a sei facce. Eppure
è lì».
In che mani siamo? I sedicenti scienziati della NASA e
dell’ESA che sono convintissimi di aver compreso ormai quasi tutto del
nostro Sistema Solare e del ciclo vitale dei
pianeti, ora balbettano frasi sconnesse, tutti allo stesso modo,
scioccati da comportamenti planetari per loro assurdi. Eppure gli
antichi sapevano che i pianeti sono paragonabili a degli esseri viventi,
con dei loro ritmi vitali, e che ogni cosa nell’universo è collegata,
specie i pianeti e le stelle. Per gli indiani d’America, ogni cosa,
pianta, persona, animale e corpo celeste formano un tutt’uno. E i
cambiamenti previsti dalle profezie Maya per il 2012 stranamente stanno
collimando con un cambiamento climatico contemporaneo di tutti i pianeti
del sistema solare. Forse un caso, forse un’evento isolato e
scientificamente spiegabile. A tutt’ora, però, la scienza non sa dare
risposte, né formulare teorie. A noi rimane solo di osservare il cielo
con fiducia, aspettando il sorgere di un nuovo Sole.
«Allora, io ero la,
sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c'era l'intero
cerchio del mondo. E mentre ero la, vidi più di ciò che posso dire e
capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la
forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte
insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio
popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo
come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero
fiorito a riparo di tutti i figli di un'unica madre ed in un unico
padre. E io vidi che era sacro... E il centro del mondo è dovunque.»
- Alce Nero (Nicholas Black Elk) Oglala dei Teton Dakota, una delle
divisioni più potenti della grande famiglia Sioux.